La psicoterapia di gruppo e lo psicodramma analitico

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Disturbi psicosomatici

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La psicoterapia ad approccio psicosomatico da me utilizzata, trova le sue basi teorico-cliniche nella Neuropsicosomatica: un campo di studi che riunisce le ricerche scientifiche sulle relazioni sistemiche fra il Sé, il sistema nervoso, la psiche e il corpo applicandole alla clinica, alla prevenzione e alla crescita personale.
Nella concezione psicosomatica sistemica:

  • il Sé rappresenta l’anima della persona, il centro del sistema vivente e la chiave del benessere;
  • il corpo è inteso come una rete dinamica di canali e centri di energia informata ed emotiva sempre in armonica comunicazione fra loro;
  • ogni disturbo dell’armoniosa circolazione-comunicazione delle energie informate e delle relative emozioni è percepito come blocco al piacere e come frammentazione dell’unità sistemica del Sé;
  • i blocchi possono essere da accesso (pieno), da difetto (vuoto), da squilibrio o da dissociazione;
  • lo scioglimento dei blocchi avviene utilizzando in modo efficace e organico una serie di differenti pratiche corporee, energetiche, emotive, psicologiche e meditative (mindfulness);
  • la maggior parte dei blocchi ha una natura emotiva ed è associato alla chiusura del cuore e del Sé;
  • le pratiche meditative hanno lo scopo di risvegliare la consapevolezza e la capacità del Sé di riportare unità, integrità e piacere nel sistema malato e frammentato.
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Sindrome ansioso-depressiva

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Disturbo d’ansia generalizzato

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Caratterizzata da una duratura e consistente instabilità emotiva e da possibili crisi o eccessi di angoscia acuta. Una condizione nella quale predomina uno stato di tensione, di incertezza, di attesa apprensiva che influenza completamente la vita psichica della persona. L’esistenza è segnata da un’aspettativa di pericolo che può tradursi in vera e propria disperazione.

Un aspetto importante riguarda anche i sintomi somatici che possono interessare vari apparati:

  • sintomi respiratori: la dispnea (respiro affannato e accelerato), sensazione di “fame d’aria”, nodo in gola;
  • sintomi cardiaci: palpitazioni, tachicardia, senso di costrizione al petto;
  • sintomi dell’apparato digerente: nausea, vomito, diarrea; o anche secchezza della fauci, bolo o sensazione di costrizione a livello della faringe o dell’esofago;
  • sintomi neuromuscolari: tremore, tensione muscolare, irrequietezza motoria;
  • sintomi sensitivo-sensoriali e cutanei: parestesia, formicolii o bruciori in varie parti del corpo; ma anche sudorazione profusa e sensazioni di caldo e freddo al volto, agli arti e alle dita.

Inoltre, sono frequenti: disturbi del sonno, disturbi sessuali, irrequietezza psicomotoria.

Disturbo d’ansia generalizzato
Si caratterizza per uno stato d’ansia persistente, duraturo (almeno sei mesi). Rappresenta il più frequente fra i disturbi d’ansia e generalmente è associato ad altri sintomi (es. la depressione).

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DAP (disturbo attacchi di panico)

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Si può definire con un periodo acuto d’ansia, paura o disagio inatteso, solitamente di breve durata; inaspettatamente la persona può accusare la paura di morire, di impazzire o di perdere il controllo del proprio comportamento.

Il DAP è caratterizzato da variabili e intense manifestazioni neurovegetative e somatiche, quai: tachicardia, dispnea, sensazione di soffocare, sensazione di sbandamento e di svenimento. Sono molto comuni anche: tremori, profusa sudorazione, formicolii, vampate di calore.

Secondo l’orientamento neuropsicosomatico il DAP è caratterizzato da una inibizione dell’azione tesa dove, nonostante l’inibizione comportamentale ed emozionale, rimane un’attivazione del sistema neurovegetativo simpatico, come tensione neuromuscolare di fondo.

La crisi di panico non è una malattia, ma un disturbo funzionale dovuto ad un’incapacità di gestire in modo appropriato emozioni e comportamento, per carente regolazione emotiva di origine materna e famigliare. Essa dipende da due fattori:

  1. elevata tensione da controllo della mente razionale;
  2. bassa comunicazione emotiva.

Questi due fattori in genere vengono appresi in quelle famiglie eccessivamente normative ed emotivamente chiuse.

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DOC (Disturbo ossessivo compulsivo)

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Le ossessioni sono pensieri, immagini, rappresentazioni mentali, impulsi ripetitivi e persistenti, riconosciuti dalla persona come propri e provenienti dal suo mondo interno; tuttavia, esse hanno carattere intrusivo per la coscienza, poiché appaiono strani, inopportuni e assurdi.

Le compulsioni sono comportamenti, atti, rituali nei quali la persona agisce con un vissuto di coercizione e di impossibilità a resistervi; in genere è correlato alle ossessioni.

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Depressione

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Si fa riferimento ad un’alterazione significativa dell’affettività; il tono dell’umore, inteso come quell’emozione prolungata che dà colore alla vita psichica, non oscilla più fra i due opposti tristezza – gioia, ma si pone in maniera stabile sul polo negativo, nella condizione depressiva, e sul polo positivo nell’euforia.

Depressione: può essere descritta come uno stato d’animo caratterizzato da tristezza, accompagnato da insoddisfazione e pessimismo, presente anche in situazioni normali e non solo patologiche. La depressione può essere distinta in:

depressione endogena: sopraggiunge nella vita della persona, senza la possibilità di ricondurla ad un avvenimento di particolare significato. Lo stato d’animo è segnato da una intensa e pervasiva tristezza che interessa il nucleo profondo della personalità.

La depressione endogena viene inclusa all’interno di due distinti disturbi dell’umore:

  • forma bipolare: caratterizzata dall’alternarsi e manifestarsi, con frequenza irregolare, di episodi depressivi e maniacali;
  • forma monopolare: caratterizzata esclusivamente da episodi depressivi.

Depressione reattiva: ciò che la distingue dalla precedente è che l’esordio della sintomatologia depressiva è riconducibile a un evento esistenziale sfavorevole e doloroso, riconosciuto e avvertito dalla persona come tale, cronologicamente e causalmente correlabile con lo stato depressivo.

Secondo l’orientamento neuropsicosomatico alla base dei disturbi dell’umore vi è l’inibizione del sistema del piacere corporeo. Le due cause principali del blocco del piacere corporeo sono:

  1. “chiusura del cuore”: è la conseguenza di mancata amorevolezza e di inadeguato accudimento, soprattutto al primo periodo di vita. Il cuore è il centro dell’amorevolezza e, più in profondità, del “Senso di Identità”;
  2. dovere e serietà mentale (controllo della mente razionale).

Secondo tale orientamento la depressione è considerata un disturbo disfunzionale caratterizzato da:

  • mancanza d’amore e capacità di costruire e gestire relazioni amorevoli;
  • inibizione dell’azione ipotonica-arresa: scarsa energia con inibizione del sistema simpatico;
  • bassi livelli di serotonina, dopamina e noradrenalina.
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Disturbi di personalità

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Malessere esistenziale anche asintomatico

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Crisi relazionali

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Sostegno alla genitorialità

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Disagi inerenti a periodi critici della vita (crisi evolutive - lutto - separazioni – cambio di lavoro)

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DPTS (Disturbo post-traumatico da stress)

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Il disturbo post traumatico da stress si sviluppa in seguito all’esposizione ad un evento stressante e traumatico che la persona ha vissuto direttamente, o a cui ha assistito, e che ha implicato morte, o minacce di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. La risposta della persona all’evento comporta paura intensa, senso di impotenza e/o orrore.
I sintomi del Disturbo Post traumatico da Stress possono essere raggruppati in tre categorie principali:

  1. il continuo rivivere l’evento traumatico: l’evento viene rivissuto persistentemente dall’individuo attraverso immagini, pensieri,
    percezioni, incubi notturni;
  2. l’evitamento persistente degli stimoli associati con l’evento o attenuazione della reattività generale: la persona cerca di evitare di pensare al trauma o di essere esposta a stimoli che possano riportarglielo alla mente. L’ottundimento della reattività generale si
    manifesta nel diminuito interesse per gli altri, in un senso di distacco e di estraneità;
  3. sintomi di uno stato di iperattivazione persistente come difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, difficoltà a
    concentrarsi, l’ipervigilanza ed esagerate risposte di allarme.

Sintomi del disturbo post traumatico da stress possono insorgere immediatamente dopo il trauma o dopo mesi. Il quadro dei sintomi può essere inoltre acuto, se la durata dei sintomi è minore di tre mesi, cronico se ha una durata maggiore, o ad esordio tardivo, se sono trascorsi almeno sei mesi tra l’evento e l’esordio dei sintomi.

Di cosa si tratta?

Lo PSICODRAMMA MORENIANO CLASSICO è un metodo terapeutico ideato da Jacob Levy Moreno, che consiste nell’esplorazione di eventi personali, ricordi, sogni, scene virtuali e conflitti, attraverso l’azione drammatica e la rappresentazione scenica delle interazioni di ruolo.

J.L. Moreno nacque in Romania nel 1889 e nel 1921 fondò, a Vienna, il Teatro della Spontaneità, dove emersero chiaramente le potenzialità terapeutiche della recitazione spontanea. Egli sviluppò la sua teoria psicodrammatica valorizzando la SPONTANEITÀ, la CREATIVITÀ e la CATARSI.

Quest’ultima era così concepita da Moreno:

Lo psicodramma produce un effetto benefico, non solo sullo spettatore (catarsi secondaria) ma sugli attori che fanno il dramma e al tempo stesso se ne liberano.”

Negli psicodrammi i problemi e le dinamiche inconsce in gruppo, vengono concretizzate in una scena che, in maniera simile ad una scena teatrale, viene recitata in gruppo; il protagonista della scena (un membro del gruppo) assegna le parti ai diversi membri del gruppo. Nella scena che viene “giocata” vengono espressi: sia possibili dinamiche di gruppo sia momenti critici del passato del protagonista. Lo psicoterapeuta svolge una funzione di “regia” della messa in scena.

Lo psicodramma moreniano classico prevede gruppi assai numerosi, ed è strutturato in 3 fasi:

  1. il riscaldamento: ha lo scopo di facilitare l’abbandono dell’eccessivo controllo razionale e delle regole rigide che troviamo in un tempo/spazio quotidiano;
  2. fase centrale: è l’azione drammatica focalizzata su un solo protagonista;
  3. fase conclusiva altrimenti denominata sharing o condivisione dei vissuti: completa e rinforza la dimensione dell’incontro e la conferma e integrazione dei ruoli espressi dal protagonista nel corso delle scene.

Lo PSICODRAMMA ANALITICO INDIVIDUATIVO affonda le sue radici nello psicodramma moreniano classico e, per influenza del metodo analitico, mira soprattutto alla presa di coscienza del significato profondo dei modi di essere, sentire, agire e interagire dei protagonisti.

I “giochi” psicodrammatici possono essere letti attraverso 3 vertici di osservazione dei ruoli rappresentati (Gasca 1992):

  1. la dinamica del gruppo attuale: i ruoli che ciascuno assume e quelli che attribuisce agli altri membri del gruppo terapeutico;
  2. la storia personale di ciascun membro del gruppo: ruoli da lui assunti nei gruppi di cui ha fatto parte in passato;
  3. i ruoli interni: sono quelle parti di noi che sin da bambini ci costruiamo per comprendere gli altri, divenendo una sorta di personaggi interni che strutturano la nostra vita interiore.

Lo psicodramma analitico individuativo è un’analisi attraverso il gruppo, caratterizzata da un continuo confronto tra il “qui ed ora” (scene giocate nel gruppo) e il “là e allora” (che le scene riportano).

La seduta di psicodramma analitico individuativo si differenzia da quella dello psicodramma classico:

  • non c’è una fase di riscaldamento: per non interferire con le dinamiche inconsce del gruppo; è lo stesso inconscio gruppale che, nel trovarsi insieme senza obiettivi predeterminati, funge da riscaldamento;
  • più protagonisti vengono invitati a “giocare”: dopo una limitata interazione verbale, lo psicoterapueta invita un protagonista al gioco psicodrammatico che si evolve in brevi sequenze di scene (da due ad un massimo di cinque). Lo stesso avviene successivamente con un altro protagonista che, in qualche modo si è sentito coinvolto nelle scene precedentemente giocate, e poi con un altro ancora.
  • Lo sharing: i vissuti del protagonista, dei personaggi da lui individuati e i vissuti degli spettatori non vengono dati alla fine, ma subito dopo la singola scena e una sequenza di scene, facendo emergere sentimenti ed associazioni significativi del membro del gruppo che sarà il successivo protagonista. 

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